Rilasciata tra il 2017 e il 2019, l’adattamento televisivo di A Series of Unfortunate Events rappresenta uno dei traguardi visivi e narrativi più straordinari della serialità contemporanea. Tratta dai celebri romanzi di Lemony Snicket (pseudonimo di Daniel Handler, qui anche in veste di sceneggiatore e produttore), la serie riesce dove il lungometraggio del 2004 aveva parzialmente fallito: trasporre fedelmente l’intero ciclo letterario senza smarrirne l’anima. L’opera si colloca nella storia della televisione come un sofisticato instant-cult di genere mystery-gotico per famiglie, capace di fondere una squisita estetica macabra a un umorismo cinico, letterario e profondamente anticonvenzionale.
- Voto categoria: 4.5/5 ⭐⭐⭐⭐☆
SCRITTURA E PERSONAGGI
La sceneggiatura è un gioiello di metanarrativa, linguistica e ironia tragica. Il contrasto tra l’acume matematico, inventivo e accademico dei tre orfani Baudelaire (Violet, Klaus e Sunny) e la grottesca incompetenza o aperta malvagità degli adulti che li circondano è il motore immobile della narrazione. I dialoghi sono infarciti di squisiti giochi di parole e definizioni letterarie, mentre la figura del narratore onnisciente, Lemony Snicket (Patrick Warburton), spezza costantemente la quarta parete con un effetto straniante e colto. La ripetitività strutturale tipica dei libri viene qui gestita con intelligenza, stratificando il mistero centrale della società segreta V.F.D. episodio dopo episodio.
- Voto categoria: 4.5/5 ⭐⭐⭐⭐☆
RITMO NARRATIVO E COLPI DI SCENA
Divisa rigidamente in due episodi per ogni libro, la serie vanta un ritmo teatrale e geometrico. La fluidità del montaggio permette di passare da momenti di pura farsa slapstick a istanti di genuina malinconia e tensione. Sebbene la formula “i bambini arrivano da un nuovo tutore, il Conte Olaf si traveste, gli adulti non lo riconoscono” possa rischiare la monotonia sulla lunga distanza, la scrittura inserisce colpi di scena e rivelazioni sulla mitologia dello show proprio nei momenti di stanca, mantenendo l’interesse sempre vivo fino alla perfetta e crepuscolare conclusione della terza stagione.
- Voto categoria: 4/5 ⭐⭐⭐⭐☆
REGIA, FOTOGRAFIA E COLONNA SONORA
Visivamente, lo show è un capolavoro di world-building plastico. La regia (guidata dal tocco di Barry Sonnenfeld) adotta uno stile iper-stilizzato e simmetrico che ricorda da vicino il cinema di Wes Anderson e le atmosfere di Tim Burton. La fotografia espressionista satura i colori nei momenti di effimera felicità dei bambini, per poi spegnersi in tonalità grigie, pastello e desaturate non appena l’ombra del Conte Olaf si allunga su di loro. Le scenografie, quasi interamente realizzate in teatro di posa, donano un sapore squisitamente analogico ed eterno alla pellicola. La colonna sonora di James Newton Howard, unita alla sigla d’apertura cangiante cantata dallo stesso Neil Patrick Harris, sigilla un comparto tecnico respingente e ipnotico al tempo tempo.
- Voto categoria: 5/5 ⭐⭐⭐⭐⭐
MESSAGGIO FILOSOFICO E WORLD-BUILDING
L’universo di A Series of Unfortunate Events è un anacronismo totale e coerente: coesistono macchine da scrivere, macchine fotografiche avanzate, costumi edoardiani e tecnologie steampunk. Al di sotto della satira sociale e istituzionale, la serie affronta temi filosofici di una complessità disarmante per un prodotto transgenerazionale: l’inefficacia della giustizia, l’ambiguità morale (il confine tra “nobili” e “malvagi” che sfuma progressivamente), il trauma dell’elaborazione del lutto e l’importanza della cultura e della lettura come unici strumenti di salvezza in un mondo dominato dall’ignoranza degli adulti.
- Voto categoria: 4.5/5 ⭐⭐⭐⭐☆
IL PERSONAGGIO CHIAVE
Conte Olaf (interpretato da Neil Patrick Harris) Raccogliere l’eredità di Jim Carrey era un’impresa sulla carta impossibile, ma Neil Patrick Harris compie un vero miracolo attoriale. Il suo Conte Olaf è un villain totale: istrionico, spietato, ridicolo ed egocentrico, eppure incredibilmente minaccioso. Harris sfrutta il suo background da mattatore di Broadway per dare vita a una serie di travestimenti esilaranti (da Stefano a Shirley, fino al Capitano Sham), senza mai far dimenticare allo spettatore la reale, spaventosa e meschina natura criminale del personaggio. Una performance monumentale che regge l’intera impalcatura dello show.
- Voto categoria: 5/5 ⭐⭐⭐⭐⭐
CONSIDERAZIONI FINALI
L’adattamento Netflix di A Series of Unfortunate Events è una perla rara di coerenza stilistica e fedeltà letteraria, un’opera che non sottovaluta mai l’intelligenza del suo pubblico, sia esso giovane o adulto.
- Cosa ha funzionato meglio: L’interpretazione camaleontica di Neil Patrick Harris, la messa in scena visiva da capolavoro pop-gotico e la memorabile presenza scenica di Patrick Warburton nei panni del narratore.
- Cosa ha convinto meno: La rigidità dello schema narrativo nei primi episodi della prima stagione, che ricalca in modo fin troppo didascalico la struttura ripetitiva dei primi romanzi prima di espandere la trama orizzontale.
VOTO FINALE
- Giudizio complessivo: 4.4/5 ⭐⭐⭐⭐☆
