
Dopo il raffinato e intimista esordio di Past Lives, Celine Song torna dietro la macchina da presa con Material Love (Materialists), virando verso una commedia drammatica e romantica che riflette sui legami nell’era del tardo capitalismo e delle app di incontri. Al centro della storia c’è Lucy (Dakota Johnson), una ambiziosa matchmaker di New York divisa tra il cinismo professionale, il facoltoso e impeccabile Harry e il ritorno del caotico e squattrinato ex John. Un’opera che, pur muovendosi nel solco della tradizione newyorkese, cerca di decodificare il cinismo sentimentale contemporaneo
SCRITTURA E PERSONAGGI
La sceneggiatura firmata dalla stessa Song punta molto sulla dialettica e sulla definizione di un cinismo lucido, dove l’amore viene spesso mercificato o ridotto a un contratto economico. Se il personaggio di Lucy gode di una discreta stratificazione psicologica — divisa tra il bisogno di sicurezza e il sabotaggio emotivo — i comprimari rischiano talvolta di scivolare in archetipi funzionali alla tesi del film. I dialoghi sono taglienti, ma la progressione drammatica a tratti fatica a trovare un equilibrio autentico tra ironia e profondità esistenziale.
“Non stiamo parlando di un’auto o di una casa, ma di persone.” — È questo il nodo concettuale che la scrittura prova a sciogliere, non sempre evitando derive didascaliche.
Voto parziale: (3/5)⭐⭐⭐
RITMO NARRATIVO E COLPI DI SCENA
Il film adotta una narrazione misurata, che predilige i tempi lunghi, i silenzi e l’osservazione dei comportamenti rispetto al brio forsennato della classica rom-com. Questa scelta autoriale conferisce eleganza all’insieme, ma penalizza la dinamicità complessiva, generando occasionali cali di tensione nei passaggi centrali in cui il triangolo amoroso sembra avvitarsi su se stesso senza reali sussulti o colpi di scena spiazzanti.
Voto parziale: (3/5)⭐⭐⭐
REGIA, FOTOGRAFIA E COLONNA SONORA
Visivamente, il film è un prodotto di altissimo livello. La fotografia in pellicola 35 mm curata da Shabier Kirchner regala a New York una patina calda, rarefatta e malinconica, lontana dai clichés cartolina ma incredibilmente estetica. La regia di Celine Song dimostra un grande senso dello spazio e della composizione geometrica dell’inquadratura, ottimamente sostenuta dalle musiche avvolgenti di Daniel Pemberton, capaci di sottolineare i momenti di sospensione emotiva senza risultare mai invadenti.
Voto parziale: (4/5)⭐⭐⭐⭐
MESSAGGIO FILOSOFICO E WORLD-BUILDING
Il world-building coincide con una New York patinata ma asettica, popolata da professionisti dell’alta società e cuori solitari digitalizzati. Il messaggio filosofico interroga lo spettatore sulla natura transazionale dei sentimenti moderni: quanto c’è di mercantile nelle nostre scelte affettive? Il film esplora con coerenza questo cinismo urbano, pur rimanendo talvolta intrappolato nella stessa superficie patinata che vorrebbe criticare. Voto parziale: (3.5/5)⭐⭐⭐½
IL PERSONAGGIO CHIAVE
A rubare la scena e a infondere calore a un impianto altrimenti rigido è Chris Evans nei panni di John: il classico “ex imperfetto”, passionale e vulnerabile. L’attore riesce a umanizzare le dinamiche del racconto con un’interpretazione spontanea e terrena, contrapponendosi con efficace contrasto alla freddezza calcolata che circonda l’universo della protagonista.
Voto parziale: (4/5)⭐⭐⭐⭐
CONSIDERAZIONI FINALI
- Cosa ha funzionato meglio: L’impatto visivo della fotografia in 35 mm, l’eleganza formale della regia di Celine Song e la naturalezza di Chris Evans nel tenere in piedi la chimica emotiva del racconto.
- Cosa ha convinto meno: Una certa freddezza di fondo e una distanza emotiva che impedisce allo spettatore di empatizzare pienamente con i dilemmi sentimentali dei protagonisti, scivolando talvolta nella prevedibilità.
