Adattare per lo schermo uno dei videogiochi più celebrati e cinematografici della storia era un’impresa al limite del suicidio artistico. Eppure, la serie HBO firmata da Craig Mazin (già acclamato autore di Chernobyl) e Neil Druckmann (il creatore originale dell’opera) non solo vince la sfida, ma ridefinisce completamente gli standard dei live-action tratti dal medium videoludico. The Last of Us si posiziona fin da subito come un nuovo punto di riferimento per il genere post-apocalittico, distanziandosi dal classico survival horror a base di zombie per trasformarsi in un monumentale dramma intimo, dove il vero mostro – e la vera salvezza – è la natura umana.
SCRITTURA E PERSONAGGI
- Voto Parziale: 4.5/5 ⭐⭐⭐⭐☆
La sceneggiatura compie un lavoro straordinario di cesello: rispetta i pilastri narrativi del materiale d’origine, ma non ha paura di espandere il mondo o di deviare dalla linea retta quando serve a dare spessore emotivo. I dialoghi sono asciutti, carichi di sottotesto e mai didascalici.
- L’evoluzione dei protagonisti: Il viaggio di Joel ed Ellie è un lento e doloroso disgelo emotivo. Da cinico contrabbandiere spezzato dal lutto a padre putativo, Joel subisce una trasformazione speculare a quella di Ellie, che passa dall’innocenza forzata di un’orfana alla spietata maturità richiesta da un mondo brutale.
- La gestione dei secondari: È qui che la scrittura tocca vette sublimi. Personaggi che nel gioco avevano poche linee di dialogo (come Henry e Sam, o la leader dei cacciatori Kathleen) acquistano una tridimensionalità tragica. Menzione d’onore per il terzo episodio, incentrato su Bill e Frank: un capolavoro di scrittura autonoma che ridefinisce il concetto di amore ai tempi della fine del mondo.
RITMO NARRATIVO E COLPI DI SCENA
- Voto Parziale: 4/5 ⭐⭐⭐⭐☆
La serie adotta un ritmo fortemente episodico, che mima la progressione geografica e temporale del viaggio attraverso gli Stati Uniti.
- I punti di forza: La gestione dei tempi drammatici è impeccabile. La tensione non è quasi mai legata al “jump scare”, ma alla costante sensazione di pericolo invisibile, che esplode in picchi di brutale violenza (come la sequenza nel sobborgo di Kansas City o il tesissimo scontro nell’insediamento di David).
- I punti deboli: La scelta di focalizzarsi quasi esclusivamente sul dramma umano ha portato a una drastica riduzione degli incontri con gli Infetti. Se da un lato questo eleva lo show, dall’altro crea occasionali cali di tensione nella parte centrale, dove la minaccia dei mostri fungini sembra quasi sullo sfondo, rischiando di far perdere fluidità al montaggio complessivo.
REGIA, FOTOGRAFIA E COLONNA SONORA
- Voto Parziale: 5/5 ⭐⭐⭐⭐⭐
Visivamente e sonoramente, lo show è un’esperienza totalizzante. La regia si mette al servizio della storia, alternando campi lunghissimi che mostrano la maestosa e spettrale riconquista della natura sulle città americane, a primi piani strettissimi che catturano ogni minima micro-espressione di terrore o dolore.
- La Fotografia: Superba la palette cromatica, che vira dai toni caldi e polverosi delle zone di quarantena al bianco desolante e freddo dell’inverno nel Wyoming, enfatizzando lo stato d’animo dei protagonisti.
- La Colonna Sonora: Gustavo Santaolalla riprende e adatta le sue iconiche partiture originali. Le note minimaliste del suo ronroco e della sua chitarra acustica sono il vero cuore pulsante dello show: un commento sonoro malinconico che non dice mai allo spettatore cosa provare, ma lo accompagna con discrezione nel baratro emotivo dei personaggi.
MESSAGGIO FILOSOFICO E WORLD-BUILDING
- Voto Parziale: 4.5/5 ⭐⭐⭐⭐☆
“Quando sei perso nell’oscurità, cerca la luce.”
Il motto delle Luci attraversa l’intera serie come un binario filosofico, ma la vera domanda che lo show pone è: fino a dove sei disposto a spingerti per proteggere quella luce? Il world-building è di una coerenza ferrea: la pandemia da Cordyceps non è una magia biologica, ma una deriva scientificamente plausibile che ha azzerato la civiltà, frammentandola in totalitarismi militari (FEDRA), fazioni rivoluzionarie spietate e micro-comunità utopiche (Jackson). Il dilemma morale finale non offre risposte facili o consolatorie, esplorando l’egoismo intrinseco dell’amore e ribaltando completamente i concetti tradizionali di “bene” e “male”.
IL PERSONAGGIO CHIAVE
Il cuore emotivo della produzione risiede indubbiamente in Bella Ramsey nel ruolo di Ellie.
Se Pedro Pascal offre un’interpretazione monumentale nei panni di un Joel tormentato e fisico, è la Ramsey a compiere il miracolo più grande. Superate le sterili polemiche legate al casting, l’attrice domina lo schermo con una ferocia e una vulnerabilità disarmanti. La sua Ellie è volgare, spaventata, ironica e disperatamente bisognosa di non essere abbandonata. L’episodio 8 (When We Are in Need) è il suo palcoscenico assoluto: il modo in cui i suoi occhi mutano, accogliendo una definitiva e traumatica perdita dell’innocenza, è una delle vette recitative dell’intero panorama televisivo recente.
CONSIDERAZIONI FINALI
- Cosa ha funzionato meglio (Pregi): L’incredibile chimica tra i due attori protagonisti, l’elevazione di linee narrative secondarie (l’episodio di Bill e Frank resta una pietra miliare della TV) e la fedeltà millimetrica allo spirito brutale e malinconico del materiale originale.
- Cosa ha convinto meno (Difetti): Una presenza fin troppo rarefatta degli Infetti (soprattutto i Clicker), che rischia a tratti di depotenziare la reale pericolosità del mondo esterno, e un finale di stagione che, pur essendo perfetto nella sua fedeltà, accelera un po’ troppo i tempi della narrazione rispetto alla dilatazione dei primi episodi.
VOTO FINALE
- Voto Complessivo: 4.6/5 ⭐⭐⭐⭐⭐
