Quando Netflix ha rilasciato, quasi senza preavviso, la prima stagione di The OA nel dicembre del 2016, il pubblico e la critica si sono trovati di fronte a un oggetto narrativo non identificato. Creata a quattro mani da Brit Marling e Zal Batmanglij, la serie si colloca in un territorio di confine quasi inesplorato: un thriller fantascientifico venato di misticismo, dramma psicologico e realismo magico. Nella storia della televisione contemporanea, The OA non è semplicemente un prodotto di intrattenimento, ma un audace manifesto di storytelling espanso. Ha scardinato le convenzioni strutturali della serialità per proporre un’esperienza visiva e spirituale divisiva, spiazzante e profondamente originale.
Scrittura e Personaggi
Voto: 4.5 / 5 ⭐⭐⭐⭐☆
La sceneggiatura di The OA si muove su una struttura a scatole cinesi. Al centro c’è Prairie Johnson, una ragazza cieca scomparsa per sette anni che ritorna improvvisamente a casa avendo riacquistato la vista, autodefinendosi “l’Originale Angelo” (OA). La narrazione si sviluppa su due piani paralleli: il racconto del suo traumatico passato di prigionia e il presente, in cui Prairie riunisce un improbabile gruppo di cinque disadattati locali per condividere la sua storia.
La profondità della scrittura risiede nella capacità di esplorare il trauma, la solitudine e il bisogno intrinseco di connessione umana. Ogni personaggio secondario del gruppo presente — dal problematico Steve al sensibile Buck — riflette una ferita emotiva che trova guarigione solo nell’ascolto empatico della storia di Prairie. Se c’è un limite, è la densità filosofica di alcuni dialoghi che occasionalmente sfiorano la pretenziosità, ma la sincerità emotiva della scrittura riesce sempre a salvare il racconto dall’astrazione pura.
Ritmo Narrativo e Colpi di Scena
Voto: 4.0 / 5 ⭐⭐⭐⭐☆
Il montaggio e la gestione del tempo in The OA ignorano deliberatamente le regole della televisione commerciale. Gli episodi hanno lunghezze variabili (da 30 a 70 minuti), una scelta che permette alla narrazione di respirare e contrarsi in base alle necessità emotive della scena e non ai vincoli di palinsesto.
- La prima parte della serie si prende il suo tempo, costruendo un’atmosfera sospesa e quasi ipnotica.
- La transizione verso la prigionia sotterranea accelera la tensione psicologica, introducendo dinamiche da thriller claustrofobico.
- I colpi di scena non sono mai semplici espedienti per scioccare lo spettatore, ma vere e proprie rivelazioni cosmiche che ribaltano le regole del gioco (come l’introduzione dei “Cinque Movimenti”).
Tuttavia, questo approccio contemplativo può risultare ostico per chi cerca risposte immediate o un ritmo costantemente sostenuto, generando qualche leggero calo di tensione nella parte centrale della prima stagione.
Regia, Fotografia e Colonna Sonda
Voto: 4.8 / 5 ⭐⭐⭐⭐☆
La regia di Zal Batmanglij è di una precisione chirurgica, capace di passare dal freddo realismo della periferia americana del Michigan alle calde e dorate atmosfere oniriche dei laboratori sotterranei. La fotografia di Lol Crawley utilizza una tavolozza di colori desaturati che amplifica il senso di isolamento dei protagonisti, contrapposta a sprazzi di luce accecante durante le Esperienze di Pre-Morte (NDE).
Un ruolo fondamentale è giocato dalla colonna sonora, curata da Rostam Batmanglij (ex Vampire Weekend). Il tema principale di violino, malinconico e struggente, e l’uso drammatico del silenzio elevano l’impatto emotivo delle scene chiave. Il sonoro è concepito per essere tridimensionale: il respiro, lo scorrere dell’acqua e i suoni della natura diventano parte integrante del misticismo visivo dello show.
Filosofico e World-Building
Voto: 5.0 / 5 ⭐⭐⭐⭐⭐
È qui che The OA compie il suo miracolo più grande. La serie affronta temi di portata enorme: l’esistenza dell’aldilà, la fisica quantistica applicata alla coscienza, la sopravvivenza al trauma attraverso l’arte e la narrazione collettiva. Il world-building è unico nel suo genere: non si limita a costruire mondi alieni o futuri distopici, ma suggerisce l’esistenza di dimensioni invisibili parallele alla nostra, accessibili solo attraverso la fede, il dolore e la perfetta sincronia fisica dei corpi.
“La più grande metafora di The OA è che la prigionia più difficile da fuggire non è quella fisica, fatta di gabbie di vetro, ma quella mentale e sociale che ci isola dagli altri. La salvezza non è mai un atto individuale, ma una coreografia collettiva.”
La coerenza interna di questo universo si poggia su un patto di fiducia totale richiesto allo spettatore. Chi accetta di sospendere l’incredulità viene ricompensato con una delle cosmologie più affascinanti mai apparse sul piccolo schermo.
Il Personaggio Chiave: Hap (Jason Isaacs)
Se Brit Marling è il cuore pulsante e spirituale dello show, Jason Isaacs nei panni del Dr. Hunter Aloysius Percy (Hap) ne è la spina dorsale drammatica. Isaacs offre un’interpretazione di spaventosa complessità: Hap non è il classico cattivo bidimensionale. È uno scienziato brillante, ossessionato dal mistero della morte, consumato da un delirio di onnipotenza che lo spinge a compiere atti di indicibile crudeltà sui suoi prigionieri.
Eppure, nei suoi occhi brilla costantemente una tragica solitudine. Il legame morboso, quasi simbiotico, che si crea tra lui e Prairie (OA) è il vero motore della serie, rendendo Hap uno dei “villain” più tragici, magnetici e complessi della televisione recente.
Considerazioni Finali
The OA è un’opera monumentale e imperfetta, che richiede pazienza e una mente aperta alle contaminazioni tra scienza e fede.
- Cosa ha funzionato meglio: La straordinaria originalità dei “Movimenti” come linguaggio coreografico e spirituale, la performance magnetica del cast e un finale di prima stagione che rimane tra i momenti più poetici, controversi e audaci della serialità moderna.
- Cosa ha convinto meno: Alcune digressioni narrative e un ritmo che, in rari momenti, si compiace troppo della propria cripticità, rischiando di alienare lo spettatore meno paziente.
7. Voto Finale
Voto: 4.6 / 5 ⭐⭐⭐⭐☆
