
Avemmaria, esordio alla regia dell’attore e scrittore Fortunato Cerlino e tratto dalla sua omonima autobiografia, si impone nel panorama del cinema italiano contemporaneo come un dramma di formazione viscerale e doloroso. Ambientato nella periferia napoletana degli anni Ottanta, il film si posiziona lontano dagli stilemi abusati del crime metropolitano, prediligendo una prospettiva intima e poetica sul disagio sociale, sulla memoria e sulla disperata necessità di preservare l’infanzia in un contesto ostile.
SCRITTURA E PERSONAGGI
Voto parziale: 4/5 (⭐⭐⭐⭐☆)
La sceneggiatura, firmata dallo stesso Cerlino insieme a Paolo Piccirillo, vanta dialoghi taglienti, intrisi di una coralità verace che non cade mai nel macchiettistico. Al centro della narrazione vi è il piccolo Felice (chiamato ‘o strologo in famiglia per la sua fervida immaginazione), la cui evoluzione oscilla costantemente tra il richiamo della violenza circostante e la purezza dei suoi sogni di riscatto. La gestione dei personaggi secondari – dalla madre gravata da responsabilità silenziose alla figura severa della nonna – arricchisce un microcosmo familiare complesso, dolorosamente vivo e stratificato.
“Esiste un’uscita dall’inferno, ma quella porta la si può vedere solo ad occhi chiusi.”
RITMO NARRATIVO E COLPI DI SCENA
Voto parziale: 3.5/5 (⭐⭐⭐☆☆)
Il ritmo narrativo si muove con una cadenza riflessiva, alternando momenti di forte tensione drammatica a pause liriche ed oniriche in cui la fantasia del protagonista diventa rifugio. Il montaggio di Diego Liguori cuce con delicatezza i passaggi temporali e le visioni del bambino. Tuttavia, in alcune fasi centrali, l’opera accusa una leggera ridondanza nell’esposizione delle tematiche, rallentando la progressione emotiva prima di trovare un nuovo slancio verso il finale.
REGIA, FOTOGRAFIA E COLONNA SONORA
Voto parziale: 4/5 (⭐⭐⭐⭐☆)
La regia d’esordio di Fortunato Cerlino dimostra una maturità sorprendente: la macchina da presa adotta uno sguardo ad altezza di bambino, capace di cogliere la crudezza della realtà senza perdere la poesia dello stupore. La fotografia di Corrado Serri dipinge la periferia napoletana con tonalità spoglie e terree, riflettendo l’aridità del contesto urbano ma lasciando filtrare squarci di luce improvvisa. La colonna sonora firmata da Mariano Bellopede accompagna la narrazione con melodie malinconiche ed evocative, che amplificano il senso di attesa e di speranza del protagonista.
MESSAGGIO FILOSOFICO E WORLD-BUILDING
Voto parziale: 4.5/5 (⭐⭐⭐⭐)
Il world-building ricostruisce con meticolosità filologica e affetto un quartiere di periferia vissuto come un vero e proprio “Far West” metropolitano, sospeso tra miseria materiale e ricchezza d’ingegno. Il messaggio filosofico scardina il fatalismo del celebre proverbio locale (“Chi nasce tondo non può morir quadrato”): il film dimostra che il destino non è mai interamente scritto e che l’immaginazione e la fede nei propri sogni rappresentano l’unica vera chiave di fuga dalla gabbia della predestinazione.
IL PERSONAGGIO CHIAVE
Voto parziale: 4.5/5 (⭐⭐⭐⭐⭐)
Il personaggio chiave che domina emotivamente la pellicola è il piccolo Felice, interpretato da un eccezionale Mario Di Leva, la cui spontaneità e intensità magnetica catturano lo spettatore fin dalla prima inquadratura. A fare da ponte con il vissuto adulto e a chiudere idealmente il cerchio della memoria interviene Salvatore Esposito nei panni di Felice adulto, regalando al film una profondità riflessiva di grande impatto.
CONSIDERAZIONI FINALI
Voto parziale: 4/5 (⭐⭐⭐⭐)
- Cosa ha funzionato meglio: L’autenticità emotiva del racconto autobiografico, la direzione d’attori superba (specialmente il giovane Mario Di Leva) e il coraggio di raccontare la periferia attraverso lo sguardo della poesia e dell’infanzia.
- Cosa ha convinto meno: Qualche piccola sbavatura nella tenuta del ritmo complessivo, che in alcuni passaggi centrali sconta una struttura narrativa leggermente ripetitiva nell’enfatizzare il disagio.
VOTO FINALE
4/5 (⭐⭐⭐⭐)
