Ci sono pellicole che al momento della loro uscita vengono etichettate frettolosamente come semplici drammi commerciali, per poi rivelarsi, a distanza di decenni, profetiche e incredibilmente lucide. L’uomo bicentenario (1999), diretto da Chris Columbus e basato sul genio letterario di Isaac Asimov, è esattamente questo: un’opera che oggi, in piena era di discussioni sull’Intelligenza Artificiale e sulla coscienza digitale, risuona con una forza emotiva e filosofica disarmante.
La storia segue la metamorfosi profonda di Andrew, un robot domestico interpretato da un indimenticabile Robin Williams. Acquistato dalla famiglia Martin per svolgere le faccende di casa, Andrew mostra da subito un’anomalia insiegabile per i tecnici: possiede una scintilla di creatività, prova curiosità, impara a scolpire il legno e sviluppa un legame affettivo viscerale con i suoi padroni. Da qui inizia un viaggio lungo due secoli. Non è la classica storia di una macchina che si ribella per dominare l’uomo, ma il racconto straziante di una macchina che spende ogni briciolo della sua eterna esistenza per diventare imperfetta, biologica, vulnerabile. In una parola: umana.
Sceneggiatura e Tematiche: 4.5 su 5
Il vero motore del film è la sua monumentale impalcatura filosofica. Adattare Asimov non è mai semplice, ma la sceneggiatura riesce a toccare corde esistenziali profondissime senza mai diventare un trattato accademico. Il paradosso centrale è meraviglioso: Andrew accumula ricchezze e conoscenze millenarie, ma le baratta volentieri per ottenere la mortalità. Il film lancia un messaggio potente: l’essenza dell’essere umani non risiede nella nostra perfezione o nella nostra forza, ma nella nostra data di scadenza. La bellezza della vita esiste solo perché è limitata. Qualche piccola ingenuità nella gestione dei salti temporali più ampi toglie un soffio alla perfezione assoluta, ma il peso specifico dei dialoghi resta altissimo.
Recitazione e Cast: 5 su 5
La valutazione qui raggiunge il massimo per un motivo ben preciso: la recitazione “in sottrazione” di Robin Williams. Nella prima ora del film, l’attore è letteralmente intrappolato dentro un pesante costume metallico che gli impedisce qualsiasi mimica facciale. Eppure, lavorando esclusivamente sulla postura, sulla rigidità dei movimenti che si fa via via più fluida e su una modulazione vocale straordinaria, Williams riesce a trasmettere una tenerezza e una malinconia infinite. Quando finalmente il robot assume sembianze umane, la sua transizione è naturale e commovente. Ottimo anche il cast di supporto, in particolare Sam Neill nel ruolo del patriarca, figura paterna fondamentale che per primo intuisce l’anima del robot.
Regia e Ritmo: 3.5 su 5
Questo è forse l’aspetto in cui il film mostra il fianco a qualche critica. La mano di Chris Columbus (regista di Mamma, ho perso l’aereo e dei primi due Harry Potter) è visibile nella sua pulizia e nella capacità di creare un’atmosfera familiare e avvolgente. Tuttavia, la sua tendenza a cercare la lacrima a tutti i costi spinge la pellicola, in alcuni segmenti, verso un sentimentalismo hollywoodiano un po’ ruffiano. Inoltre, condensare duecento anni di storia in poco più di due ore crea inevitabilmente dei problemi di ritmo nella parte centrale, dove la narrazione a volte arranca per poi accelerare bruscamente attraverso i passaggi generazionali.
Comparto Tecnico ed Effetti Visivi: 4 su 5
Considerando che parliamo di una pellicola di fine anni novanta, gli effetti speciali e il trucco hanno retto l’urto del tempo in modo eccellente. Il design originale del robot NDR-114 è diventato un’icona della fantascienza: elegante, espressivo pur nella sua fissità meccanica e mai minaccioso. Molto interessante anche l’evoluzione della scenografia e dei costumi, che cambiano sottilmente per mostrare il passare dei decenni in un futuro che non diventa mai troppo distopico o alienante, ma mantiene sempre un calore quasi tangibile. Menzione d’onore alla colonna sonora di James Horner, che accompagna la crescita emotiva di Andrew con note dolci e solenni.
Valutazione Globale: 4 su 5
L’uomo bicentenario è un dramma esistenziale travestito da fantascienza, un’opera intima e titanica allo stesso tempo. Nonostante le critiche tiepide ricevute all’epoca, che lo accusavano di eccessiva melassa, il film è invecchiato divinamente. Ci commuove nel profondo perché, guardando una macchina che combatte disperatamente per poter piangere, soffrire e infine morire, ci ricorda il valore inestimabile di quei difetti biologici che diamo troppo spesso per scontati. Da vedere e rivedere, preferibilmente tenendo i fazzoletti a portata di mano.
